Mentre i burocrati di Bruxelles cercano il “dialogo” e le femministe occidentali tacciono per paura di offendere, in Iran si combatte la vera guerra per la libertà individuale. Essere liberali oggi significa volere il crollo del regime degli Ayatollah. Senza se e senza ma.
C’è un vizio di forma, quasi una patologia, che affligge le democrazie liberali occidentali: l’incapacità cronica di riconoscere il Male quando lo si guarda negli occhi. Preferiamo chiamarlo “interlocutore complesso”, preferiamo parlare di “realpolitik”, ci nascondiamo dietro la diplomazia del do ut des. Ma quando si parla della Repubblica Islamica dell’Iran, ogni stretta di mano è un tradimento ai valori che diciamo di difendere.
Per anni, l’Europa – e una certa amministrazione americana compiacente – ci ha raccontato la favola che l’arricchimento economico dell’Iran avrebbe portato a una moderazione politica. È la vecchia, fallimentare dottrina dell’appeasement: nutrire il coccodrillo sperando di essere mangiati per ultimi. Il risultato? I miliardi sbloccati dalle sanzioni non sono finiti in scuole, infrastrutture o nel libero mercato persiano. Sono finiti nelle tasche dei Pasdaran, nei missili balistici e nelle casse di Hamas e Hezbollah.
Un liberale non può accettare che il commercio diventi il finanziamento del terrore. Il libero mercato presuppone attori razionali e liberi, non teocrazie che impiccano i dissidenti alle gru nelle piazze pubbliche.
Il Silenzio Assordante dei “Progressisti”
Qui emerge l’ipocrisia più nauseante del nostro tempo. Mentre nelle università occidentali ci si straccia le vesti per i “micro-agressioni” verbali o si inventano neologismi per ridefinire la biologia, le donne iraniane vengono picchiate a morte perché una ciocca di capelli sfugge all’hijab. Dov’è la solidarietà delle piazze fucsia europee? Dove sono i cortei per Mahsa Amini paragonabili a quelli organizzati contro Israele? La verità è amara: per una certa sinistra woke, l’odio per l’Occidente (e per Israele, suo avamposto democratico) è più forte dell’amore per la libertà delle donne iraniane. Sostenere la rivolta in Iran significherebbe ammettere che il modello occidentale, laico e liberale, è superiore alla teocrazia islamica. E questo, per il relativismo culturale imperante, è un tabù.
La Testa del Serpente
Non giriamoci intorno. L’instabilità che infuoca il Medio Oriente, dal 7 ottobre in poi, ha una regia precisa. L’Iran non è solo uno stato canaglia; è l’hub centrale dell’anti-libertà. Chi attacca le navi commerciali nel Mar Rosso? Chi arma le milizie in Siria e Iraq? Chi vuole cancellare l’unica democrazia liberale dell’area (Israele) dalla mappa geografica? Sostenere Israele oggi non è solo una scelta geopolitica, è una necessità morale per chiunque creda nei diritti dell’individuo contro il collettivismo religioso totalitario.
Una nuova dottrina
Crediamo che la libertà non sia gratis. Non possiamo limitarci a godere dei nostri diritti civili ed economici mentre un regime medievale cerca di esportare l’oscurantismo nucleare. La soluzione non è l’invasione, ma il supporto incondizionato – tecnologico, economico, mediatico – al popolo iraniano che vuole rovesciare i Mullah. Dobbiamo smettere di trattare i rappresentanti iraniani come diplomatici e iniziare a trattarli per quello che sono: carcerieri di un popolo straordinario che merita di entrare nella modernità, di ascoltare la musica che vuole, di vestirsi come vuole e di commerciare con chi vuole.
Il tempo del “dialogo critico” è finito. È il tempo di scegliere da che parte stare: o con la libertà, o con chi la vuole soffocare nel sangue.