Lo scorso 13 giugno al Policlinico San Raffaele di Milano è morto il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, protagonista della Seconda Repubblica e imprenditore di successo dagli anni Sessanta. Una morte inaspettata anche se da tempo si avvertiva all’interno del partito centrista l’assenza della sua guida, della sua grinta e delle sue idee. Un partito che viveva di rendita di ciò che era stato Berlusconi, dove il dibattito era assente e la condivisione e consultazione qualcosa che si riteneva non necessaria. Poi la morte del capo-azienda, ed ecco il venir meno di tante sicurezze e di tante visioni.
Subito la classe dirigente si è messa in moto per garantire a la qualunque che Forza Italia è viva e vegeta, che l’intera organizzazione non ha subito contraccolpi e, che non ci saranno defezioni tra le fila dei parlamentari. Sicuramente sarà così, perché le alternative presenti nel centrodestra di sicuro non possono essere adatte al popolo moderato, ovvero democratico-cristiano (perché ancora esistono), al popolo liberale e ai residui socialisti che non hanno mai digerito la battaglia politica degli anni Novanta intrapresa dalla magistratura meneghina.
Il conservatorismo non è mai stato ben visto dal popolo moderato e definirli di destra sarebbe per loro un’offesa. Lo stesso Sturzo diceva che “il conservatorismo borghese non potrai mai attrarci nella sua orbita”. Nel mondo liberale, il conservatorismo italico non piace, è pesante, è ritenuto anacronistico e per certi versi simile alla sinistra con il suo assistenzialismo asfissiante.
Per quanto riguarda invece la parte nostalgica di Bettino, questa non ci pensa minimamente a snaturarsi in Fratelli d’Italia. Quindi che fare? Occorre ora all’interno della compagine azzurra un dibattito serio, una nuova carta dei valori dove elaborare le culture democratico-cristiane, liberali e garantiste che in questi anni sono state tenute assieme solo dal fideiussore Silvio Berlusconi, il quale si vantava di essere stato da ragazzo attacchino dei manifesti democristiani, poi amico di Bettino Craxi e infine liberale (più a parole che negli atti di governo). Anche in assenza di una vera rivoluzione liberale tanto promessa, riusciva comunque a rassicurare la rappresentanza di quella istanza.
Serve ora un partito che faccia selezione della classe dirigente, equilibrando la vera rappresentanza tra donne e uomini provenienti dai territori e con un seguito elettorale, con persone proveniente dalla società civile, siano essi intellettuali, funzionari, imprenditori e artisti. Solo così il movimento potrà rinascere, consolidarsi e aspirare a grandi risultati. Deve necessariamente scrollarsi di dosso tutti i parassiti che l’hanno circondato in questi anni e recuperare gente come Mara Carfagna, Renato Brunetta e tanti altri che hanno abbandonato la nave solo perché inascoltati e delusi.
Questa la sfida che attende il partito. E questo è ciò che si aspettano gli elettori e i militanti. Il resto è solo gossip.
Manuel Mechelli