C’è una parola che terrorizza la sinistra europea più di qualsiasi altra. Non è “capitalismo”. Non è “destra”. È “islamismo”.
L’attentato al Christopher Street Day, il Pride di Berlino, ha scoperchiato in via definitiva il vaso di Pandora dell’ipocrisia progressista.
Di fronte all’odio e alla violenza concreta contro la comunità LGBTQ+, l’intellighenzia politica e le associazioni di riferimento hanno scelto la via della vigliaccheria. Hanno parlato in termini astratti. Hanno denunciato un generico clima di intolleranza. Hanno accuratamente evitato di nominare la matrice ideologica dei fatti: l’estremismo islamico.
Questa dinamica ha un nome e si chiama reticenza lessicale. È la paura patologica di essere etichettati come “islamofobi”. Pur di non offendere una determinata minoranza, la sinistra woke è disposta a sacrificare i diritti fondamentali dell’individuo sull’altare di una finta e tossica integrazione.

La realtà dei fatti non ammette sconti. Come ha coraggiosamente evidenziato Il Foglio in questi giorni, “l’omofobia esiste, è spesso anche violenta, ma solo nei paesi islamici si paga per legge con l’impiccagione e la lapidazione.” Ignorare questo abisso culturale non significa essere tolleranti. Significa essere complici.
Abbiamo una bussola chiara che è la libertà assoluta. E questa libertà assoluta serve per la nostra autorealizzazione, vero scopo della vita.
Difendiamo la libertà di espressione, la libertà d’impresa e, senza alcun tentennamento morale, la libertà di scelta sessuale e individuale. Fai quello che vuoi, ama chi vuoi, vivi come credi, nel perimetro del reciproco consenso. L’individuo è sacro. Lo Stato non deve avere accesso alle nostre vite private o alle nostre camere da letto. E tantomeno deve averci accesso la religione.
Qui risiede il nodo filosofico insormontabile. L’Occidente è libero, prospero e tollerante perché ha fondato le sue radici civili su un principio dirompente: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. La separazione netta e irrevocabile tra la legge degli uomini e la legge divina è il vero motore della modernità.
L’islamismo politico non contempla questa scissione. Nel fondamentalismo non esiste Cesare, esiste solo Dio. La fede diventa automaticamente legge di Stato, codice penale, norma sociale ineludibile. Meno spazio all’islamismo significa, logicamente e matematicamente, più spazio per la libertà. Contrastare questa ideologia non è razzismo. È legittima autodifesa culturale.
Quando l’universalismo dei diritti cede il passo alla logica delle tribù, vincono i carnefici. Lo vediamo nelle piazze occidentali dove attivisti vengono aggrediti semplicemente perché colpevoli di non aver rinnegato le proprie origini ebraiche. Lo vediamo nel silenzio assordante davanti al terrorismo contro Israele, mascherato da “resistenza” da chi non ha la minima idea di cosa significhi vivere sotto i razzi di Hamas.
L’integrazione a tutti i costi, proposta dai salotti radical chic, è una letale illusione ottica. Accogliere e giustificare chi odia i nostri valori fondanti significa importare il totalitarismo a casa nostra. Noi scegliamo la libertà. Scegliamo l’individuo. E rifiutiamo, con logica e fermezza, chiunque pretenda di imporci il buio del fanatismo.
Manu | E-Liberal