Il dibattito contemporaneo tende spesso, con imperdonabile miopia, a contrapporre sicurezza e libertà, quasi fossero grandezze inversamente proporzionali destinate a escludersi a vicenda. Questa narrazione, oltre a essere storicamente fallace, tradisce un profondo deficit di comprensione della filosofia politica liberale e personalista. Da Thomas Hobbes in poi, abbiamo appreso che l’assenza di un’autorità garante non genera l’emancipazione dell’individuo, bensì la tirannia del più forte, il bellum omnium contra omnes. Tuttavia, è con John Locke e, in epoca più recente, con pensatori del calibro di Isaiah Berlin e Karl Popper, che la sicurezza assume il suo ruolo autentico nel pensiero liberale perché essa non è il fine ultimo o totalizzante dello Stato, ma la sua indispensabile precondizione vitale. La sicurezza non si traduce nel controllo poliziesco o nella mortificazione delle aspirazioni umane, ma costituisce l’impalcatura invisibile che ne permette la fioritura. Come insegnava il personalismo di Emmanuel Mounier, la persona umana necessita di un ambiente ordinato per potersi realizzare integralmente; senza la garanzia dell’integrità fisica e patrimoniale, la libertà si riduce a un vuoto simulacro, un concetto astratto inutilizzabile nella prassi quotidiana.
L’equivoco più drammatico del nostro tempo è aver ammantato la richiesta di sicurezza di un’aura reazionaria, ignorando che essa rappresenta, in senso rigoroso, il primo e più essenziale strumento di tutela delle classi meno abbienti. Chi dispone di ingenti risorse economiche, infatti, ha già privatizzato la propria incolumità: abita in quartieri residenziali sorvegliati, si sposta con mezzi privati, si avvale di sofisticati sistemi di allarme e di vigilanza dedicata. È una dinamica intrinsecamente classista che Zygmunt Bauman, analizzando la modernità liquida, aveva lucidamente individuato come la deregolamentazione e il ritiro dello Stato dallo spazio pubblico finiscono per colpire unicamente chi non può permettersi vie di fuga a pagamento. Il cittadino fragile, l’anziano che abita in periferia, il lavoratore pendolare che rientra a tarda sera, non hanno altra difesa se non quella fornita dal patto sociale e dalle istituzioni. Abdicare al controllo del territorio significa dunque compiere la più feroce delle discriminazioni, abbandonando i vulnerabili al sopruso quotidiano.
In quest’ottica, la lotta al degrado urbano e alla microcriminalità cessa di essere una mera questione di decoro per assurgere a imperativo etico e di diritto pubblico. La celebre teoria delle finestre rotte, elaborata dai criminologi George Kelling e James Q. Wilson, ci ricorda che l’incuria dello spazio pubblico e la tolleranza verso le “piccole” infrazioni generano un terreno antropologicamente fertile per l’insediamento di una criminalità strutturata. Il degrado è a tutti gli effetti un esproprio dello spazio vitale perché ogni piazza occupata dallo spaccio, ogni strada preda del vandalismo, è una porzione di libertà di movimento e di associazione sottratta alla cittadinanza onesta, costretta di fatto a un coprifuoco non dichiarato. Le rilevazioni statistiche diffuse dal Ministero dell’Interno e cristallizzate nell’Indice della Criminalità a cavallo tra il 2024 e il 2025 fotografano un preoccupante consolidamento dei reati predatori e di strada, specialmente nei grandi centri urbani metropolitani. Si tratta di reati che erodono quotidianamente il capitale di fiducia interpersonale, distruggendo la coesione sociale alla base di ogni democrazia liberale.
Tale cornice analitica impone di affrontare, con il rigore della logica e liberi da ipocrisie ideologiche o buonismi di maniera, il tema dell’immigrazione irregolare. Il diritto cosmopolitico, così come delineato da Immanuel Kant nel suo trattato sulla pace perpetua, prevede l’universale ospitalità, ma esige al contempo, in modo tassativo, che l’ospite rispetti le leggi del Paese accogliente. Accettare flussi migratori al di fuori di ogni regola e al di sopra dell’effettiva capacità di assorbimento economico e sociale non è un atto di umanità, bensì la genesi di una nuova marginalità strutturale. Se uno Stato non è oggettivamente in grado di garantire spazi dignitosi, strutture di ricezione adeguate e, soprattutto, percorsi di vera e profonda integrazione lavorativa e culturale, aprire incondizionatamente le frontiere diventa un atto di miopia politica e cinismo amministrativo. L’accoglienza che non si traduce in integrazione fattuale si trasforma, per pura inerzia sociologica, in devianza.

I dati sono, a tal proposito, un faro che non consente sconti alla politica. Secondo le statistiche ufficiali del Ministero della Giustizia, tra il 2025 e il 2026, i cittadini stranieri rappresentano sistematicamente oltre il 31% della popolazione carceraria italiana, a fronte di un’incidenza sulla popolazione residente complessiva nettamente inferiore al 10%. Questa sproporzione non deriva certamente da un’improbabile inclinazione antropologica, ma è il drammatico esito matematico di un’immigrazione clandestina lasciata a se stessa, priva di mezzi di sussistenza legali. Ed è qui che emerge una doverosa e severa critica all’attuale gestione governativa. La tutela della nazione non si garantisce con la retorica dei proclami, ma con l’efficienza della macchina amministrativa.
Quando un migrante irregolare delinque, spezzando in modo irrevocabile il vincolo di fiducia e il patto di ospitalità, la risposta dello Stato non può limitarsi al mero contenimento nelle “patrie galere”. Tali strutture, già afflitte da un sovraffollamento cronico, finiscono per pesare enormemente sulle risorse della collettività senza risolvere il problema alla radice. L’unica soluzione conforme ai principi dello Stato di diritto è il rimpatrio certo, rapido e inappellabile nella nazione di origine. Sebbene le statistiche recenti segnino un timido incremento percentuale dei rimpatri, la struttura burocratica, la diplomazia bilaterale e la gestione dei centri di permanenza per i rimpatri appaiono ancora drammaticamente farraginose, dimostrando una capacità esecutiva ben lontana dalla radicalità che la situazione imporrebbe.
Occorre infine sgomberare il campo dall’accusa più vile e strumentale. Ripristinare la legalità e presidiare la sicurezza non ha nulla a che spartire con il razzismo, con la xenofobia o con le derive autoritarie. Al contrario, il mantenimento dell’ordine ne è l’unico, autentico argine democratico. L’antropologia e la scienza politica dimostrano storicamente che le pulsioni xenofobe non nascono nel vuoto, ma fermentano nel rancore e nella disperazione di quelle periferie urbane dove lo Stato è percepito come assente, iniquo o impotente. Quando le istituzioni democratiche falliscono nel garantire l’ordine pubblico e il monopolio della forza legittima, le masse spaventate, in ossequio al paradosso della tolleranza popperiano, tendono a cercare protezione in risposte illiberali, in populismi sciovinisti o, peggio, nella barbarie della giustizia fai-da-te. Tutelare i confini, allontanare chi delinque e assicurare la legalità nelle strade sono le azioni più profondamente antirazziste che un apparato statale possa mettere in campo, poiché disinnescano alla radice il rischio che la legittima frustrazione sociale si trasformi in indiscriminato odio etnico.
Un liberalismo compiuto, fuso con le più alte istanze del personalismo e del pensiero libertario, ci consegna la verità incontrovertibile che non vi è alcun conflitto insanabile tra fermezza statale e diritti individuali. La sicurezza è ancella e custode della libertà. Essa protegge le aspirazioni dell’individuo dalle intemperie della prevaricazione e garantisce che la realizzazione personale non sia un privilegio feudale riservato ai ceti abbienti, ma un diritto effettivo e inalienabile per ogni cittadino. Uno Stato forte nella repressione del crimine e rigoroso nella gestione dei propri confini è uno Stato che ha scelto di onorare il proprio mandato costituzionale ed etico che è rendere le persone, a partire dalle più fragili, autenticamente e inviolabilmente libere.
Manu Mechelli | E-Liberal