In un Medio Oriente che sembra sempre sull’orlo del collasso, lo scontro fra Israele e Iran rischia di trasformarsi da minaccia latente a catastrofe concreta. Da anni, i due Paesi si osservano come nemici esistenziali, alimentando una spirale di provocazioni, ritorsioni e guerre per procura. Ma questa tensione, per quanto politica e militare, affonda le sue radici anche in una profonda frattura culturale e ideologica.
Israele si percepisce – e forse lo è davvero – come un’isola democratica e pluralista circondata da regimi ostili. L’Iran, invece, si presenta oggi come la roccaforte del fondamentalismo sciita, in costante opposizione non solo allo Stato ebraico, ma anche a qualsiasi modello che non rientri nella sua visione teocratica del mondo. Eppure, questa ostilità non è sempre esistita. Anzi, c’è stato un tempo in cui le società dei due Paesi erano molto più affini di quanto oggi si possa immaginare.

Chi ricorda il vecchio Iran ricorda un mondo che sembra oggi appartenere a un altro pianeta. Negli anni ’60 e ’70, Teheran era una città cosmopolita, attraversata da fermenti culturali, musicali e artistici. Le università erano aperte, le donne giravano senza velo, le librerie brulicavano di traduzioni di Sartre, Dostoevskij, Sadegh Hedayat. C’era una borghesia laica, curiosa, in dialogo con l’Occidente. E c’era anche uno Stato autoritario, certo, retto dallo Scià Mohammad Reza Pahlavi, ma la sua repressione – seppur reale – non aveva ancora il volto cupo dell’integralismo religioso.
In quegli anni, persino le relazioni con Israele, pur non ufficiali, non erano così tese: vi erano contatti diplomatici indiretti, cooperazioni economiche, e l’antisemitismo non faceva parte del lessico politico dominante. Era un Iran in cui le diversità convivevano con fatica ma senza odio sistemico.
Poi arrivò il 1979. Con la rivoluzione islamica e l’ascesa di Khomeini, tutto cambiò. Le donne persero i diritti conquistati, la stampa libera fu ridotta al silenzio, gli intellettuali finirono in esilio o in carcere. L’Iran non divenne solo un’altra dittatura: divenne un regime fondato sull’idea di purezza religiosa e opposizione all’Occidente. Israele fu definito “il piccolo Satana”, secondo solo agli Stati Uniti. Da lì, la frattura divenne ideologica e strutturale.
Nel 2025, lo scenario è ancora più cupo. L’Iran sostiene Hezbollah, Hamas, le milizie sciite in Iraq e Yemen, mentre Israele si muove per difendere i propri interessi con raid chirurgici, cyberattacchi e una retorica sempre più muscolare. Le ombre di un conflitto diretto si allungano sul futuro.
Israele ha il diritto di difendersi, ma anche il dovere di non cedere alla tentazione del conflitto aperto. E l’Iran, se vuole davvero essere una potenza rispettata, deve liberarsi della sua ossessione per l’odio e riscoprire la civiltà che custodisce da millenni.
La diplomazia, il dialogo culturale, la pressione internazionale intelligente e non ipocrita possono ancora fare molto. Ma serve anche il coraggio di chi, nei due popoli, non vuole più vivere in un eterno 1979 o in un perpetuo 7 ottobre.
Perché la storia non è una trappola. È una scelta, ogni giorno.
Redazione