Il garantismo è diventato, in Italia, una parola consumata. Si usa e si abusa del termine come fosse uno slogan da spot elettorale, svuotandolo di significato ogni volta che la coerenza costa troppo. A ricordarcelo è l’editoriale pubblicato su Il Foglio il 18 luglio, con un titolo che non lascia spazio a interpretazioni: “Il garantismo della destra è un gargarismo”.
L’editoriale prende spunto dal caso giudiziario che ha coinvolto il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, e mette a nudo l’ipocrisia di una parte del centrodestra: quella che si dichiara garantista solo quando l’indagato è “uno dei nostri”, e che si trasforma in tribunale ambulante quando l’inchiesta riguarda un avversario politico.
Questa schizofrenia politica è più di una brutta abitudine. È un segnale di debolezza culturale. Perché se il garantismo è un principio — come lo è nella tradizione liberale — allora non può essere selettivo. O vale sempre, oppure non è garantismo: è strumentalizzazione.
La Costituzione italiana è chiara. L’articolo 27 afferma che ogni imputato è innocente fino a sentenza definitiva. Il garantismo non è una gentile concessione della maggioranza politica di turno. È una barriera posta a tutela della libertà individuale, che protegge chiunque — anche chi ci è scomodo, antipatico o distante.
Ma oggi, troppo spesso, si confonde garantismo con impunità. Si deride chi lo difende come se volesse proteggere i “potenti”. Eppure, è esattamente il contrario. Il garantismo serve prima di tutto ai più deboli, a coloro che non hanno né visibilità né difese. Ma per essere credibile, deve valere anche per i politici, per gli imprenditori, per gli amministratori. Per tutti.
Nel caso del sindaco Sala, ancora una volta si è visto il riflesso condizionato di certa destra giustizialista: all’indagine segue l’invito a dimettersi, al processo segue il processo mediatico, alla prudenza si preferisce l’attacco. Eppure, come ricorda Il Foglio, la stessa parte politica ha a lungo difeso — giustamente — la presunzione di innocenza quando a essere indagati erano esponenti del centrodestra.
Dov’era la coerenza garantista di fronte ai processi contro Berlusconi, alle accuse contro Salvini o ad altri casi celebri di giustizia spettacolo? Allora si parlava di “giustizia a orologeria”, di uso politico delle procure. Oggi, con ruoli invertiti, cambia la narrazione. Ma i principi non sono flessibili. Se lo sono, smettono di essere tali.
Un altro rischio che si ripresenta ciclicamente è la tentazione di usare la magistratura come strumento per risolvere questioni politiche. L’idea che un’indagine possa giustificare la decadenza immediata di un amministratore è un’aberrazione istituzionale, anche se è spesso molto comoda sul piano mediatico.
In uno Stato di diritto, sono i cittadini a decidere chi governa, non i giudici. La separazione dei poteri non è un dettaglio, ma il fondamento della democrazia liberale. Chiunque abbia a cuore le istituzioni dovrebbe difendere questa distinzione anche — e soprattutto — quando è difficile.
In questo contesto, fa notare il direttore de Il Foglio, alcune voci come quelle di Guido Crosetto, del quotidiano Il Giornale e di esponenti di Forza Italia hanno avuto il merito di mantenere una linea coerente, rifiutando il giustizialismo di comodo e difendendo una lettura costituzionalmente corretta del ruolo della giustizia.
Per chi si riconosce in una cultura liberale, non c’è scelta: o si è garantisti sempre, oppure non lo si è affatto. La coerenza su questo punto non è solo una virtù etica, ma una condizione di credibilità politica.
Essere garantisti significa accettare che un’inchiesta non è una condanna. Significa riconoscere il diritto alla difesa, la complessità dei procedimenti giudiziari, e il fatto che le persone non possono essere sacrificate sull’altare del consenso istantaneo.
Significa, in ultima analisi, credere davvero nella libertà.
Il garantismo non protegge i colpevoli. Protegge i cittadini da una cultura del sospetto che, una volta sdoganata, può colpire chiunque. E in un Paese che ha visto troppi casi di giustizia sommaria, l’unica posizione seria e democratica è quella che non cambia a seconda dell’imputato.
L’editoriale de Il Foglio ci ricorda che le parole hanno un peso. E se il garantismo diventa solo un “gargarismo” da talk show, è nostro dovere denunciarlo. La libertà non si difende con le eccezioni. Si difende con la coerenza dei principi, anche quando non porta voti, anche quando non fa rumore.
Perché senza garantismo, la politica si fa giustizia. E quando la politica si fa giustizia, la giustizia smette di essere giusta.