Il 54 per cento di “No” che ha sancito la fine della riforma Nordio è la fotografia nitida di un Paese che, di fronte alla complessità, sceglie il sentiero rassicurante della conservazione. Non è una sconfitta della democrazia, perché il popolo è sovrano anche quando sceglie l’immobilismo. È, tuttavia, una sconfitta per chiunque creda che la certezza del diritto sia il motore primario della crescita economica e della dignità individuale.
Nelle ultime ore, il terremoto politico che ha portato alle dimissioni di Daniela Santanchè, Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi ha spostato il dibattito dai contenuti tecnici al destino delle poltrone. Si tratta di un errore di prospettiva. Queste uscite di scena, per quanto rumorose, sono solo il sintomo di una stasi più profonda. Il vero problema non è chi occupa un ufficio in via Arenula, ma quali regole quell’ufficio deve far rispettare. Come ha osservato The Guardian commentando il voto italiano, la sconfitta del governo riflette una frattura generazionale e una sfiducia nelle istituzioni che va ben oltre il merito della separazione delle carriere.
Essere liberali oggi significa rifiutare la narrazione dello scontro frontale con la magistratura. La giustizia non ha bisogno di crociate, ma di manutenzione straordinaria. Un sistema che impiega anni per dirimere una controversia commerciale non è un sistema “giusto” o “libero”: è un sistema che uccide l’impresa. Il Financial Times ha più volte sottolineato come l’incertezza legale sia la prima tassa occulta che scoraggia gli investimenti esteri in Italia. Se il referendum ha bocciato una specifica soluzione tecnica, non ha però cancellato il problema. La paralisi dei tribunali resta la più grande barriera all’ingresso per i giovani imprenditori e la più grave minaccia ai diritti civili.
La ripartenza liberale deve allora procedere su due binari paralleli. Sul piano economico, serve il coraggio di una deregolamentazione che tolga il cittadino dall’angolo del sospetto perenne. Lo Stato deve tornare a essere un garante, non un censore preventivo. Sul piano dei diritti, la libertà non è un concetto astratto: è la protezione della sfera privata da ogni interferenza arbitraria. In un momento in cui l’agenda politica sembra dettata dalle contingenze giudiziarie, il pensiero liberale deve avere la forza di riportare l’individuo al centro.
Non basta sostituire i nomi nei ministeri per cambiare il corso degli eventi. Occorre un’agenda che sappia coniugare il rigore dei conti con l’espansione delle libertà personali. Il voto di lunedì ci consegna un Paese spaccato, ma anche un’occasione irripetibile. Senza l’alibi della riforma costituzionale, ora la politica deve occuparsi dell’ordinario. E l’ordinario, in Italia, significa rendere la giustizia rapida e il mercato accessibile. Solo così potremo trasformare questo momento di crisi in una vera primavera della responsabilità individuale.
Angelo Balletti | E-Liberal