La Legge di Bilancio appena approvata è un monumento all’immobilismo. Si festeggia il rinnovo del taglio al cuneo (pagato in deficit) e la timida rimodulazione IRPEF, ma mancano le riforme strutturali. La Flat Tax per tutti è scomparsa dai radar e la Spending Review è, ancora una volta, una nota a margine da 2 miliardi su 900 di spesa.
Ora che il polverone delle votazioni notturne di fine dicembre si è posato e la Legge di Bilancio 2026 è in Gazzetta Ufficiale, possiamo smettere di ascoltare la propaganda e iniziare a leggere le tabelle della Ragioneria dello Stato. E quello che vediamo è la certificazione di una resa politica: il governo ha scelto di amministrare l’esistente, rinunciando a qualsiasi velleità di scossa liberale.
Entriamo nel merito delle tre voci che gridano vendetta.
1. Il taglio del Cuneo Fiscale: una droga, non una cura
Il governo esulta per aver confermato, anche per il 2026, il taglio di 7 punti del cuneo contributivo per i redditi medio-bassi. Applausi? No. Analisi. Questa misura costa circa 11 miliardi di euro. Come sono stati trovati? Non tagliando sprechi, ma quasi interamente in deficit, aumentando il fabbisogno. Dobbiamo dire la verità scomoda: decontribuzione non significa riduzione delle tasse. Significa che lo Stato sta mettendo i soldi dei contributi previdenziali (che mancano all’INPS) sulla fiscalità generale, cioè sul debito futuro dei nostri figli. È una partita di giro. Il lavoratore si trova 80 euro in più in busta paga oggi, ma sta ipotecando il domani. La vera riforma sarebbe stata abbattere l’aliquota IRPEF strutturale, non creare un bonus a scadenza che rende il sistema fiscale instabile e dipendente dall’umore di Bruxelles.
2. Il “Gioco delle Tre Carte” sull’IRPEF
La fusione dei primi due scaglioni (confermata) e l’accorpamento del secondo (fino a 50k) è un palliativo. Il ceto medio produttivo – quello che guadagna tra i 35.000 e i 60.000 euro lordi – continua a essere spremuto come un limone. La promessa elettorale della “Flat Tax incrementale” estesa ai dipendenti si è persa nei meandri delle commissioni parlamentari. Rimane la Flat Tax per le Partite IVA fino a 85.000 euro (mantenuta, per fortuna), ma questo crea un mostro giuridico: un Paese a due velocità dove il dipendente è tassato al 43% marginale e l’autonomo al 15%. Invece di abbassare le tasse ai dipendenti per equipararli, si lascia tutto com’è per paura di perdere gettito. Risultato? Le aziende faticano ad assumere talenti perché il lordo è insostenibile.
3. Privatizzazioni: briciole per fare cassa
Nella manovra si leggono previsioni di incasso da privatizzazioni per circa 20 miliardi nel triennio. Ma andiamo a vedere cosa vendono. Cedere un ulteriore 4% di Eni o una quota di minoranza di Poste Italiane non è una strategia industriale liberale: è fare cassa per pagare le bollette correnti. La vera privatizzazione liberale significa uscire dalla gestione di aziende che dovrebbero stare sul mercato: perché lo Stato possiede ancora la RAI? Perché gestisce ancora partecipate municipali in perdita cronica? Di questo non c’è traccia. Anzi, i fondi per la Sanità (aumentati di 3 miliardi nominali, ma erosi dall’inflazione reale) continueranno a essere gestiti dalle Regioni senza alcun criterio di concorrenza tra pubblico e privato accreditato, mantenendo in vita il carrozzone burocratico delle ASL politicizzate.
4. Superbonus: l’eredità tossica
Infine, il macigno. Anche nel bilancio 2026 paghiamo i crediti incagliati del passato. Ma invece di una sanatoria tombale o di una cartolarizzazione aggressiva per liberare i bilanci delle imprese, si è scelta la strada delle rateizzazioni decennali forzate. Lo Stato ha cambiato le regole in corsa, tradendo il patto di fiducia con imprese e cittadini. Un governo serio rispetta i contratti, anche quelli scritti male dai governi precedenti, perché la certezza del diritto è la base del mercato. Qui invece prevale la ragion di Stato: “non ci sono soldi, quindi non ti pago”.
Questa finanziaria ha un pregio: rispetta i vincoli formali del nuovo Patto di Stabilità UE. Ma ha un difetto imperdonabile: manca di visione. Non c’è traccia di detassazione selvaggia per chi investe, non c’è traccia di libertà contrattuale, non c’è traccia di riduzione del perimetro dello Stato. È una manovra da contabili, non da statisti. E sicuramente, non da liberali.
Christian Filoscia | E-Liberal